Bova

Non pioveva più, quando con la macchina avevamo lasciato dietro di noi, il borgo abbandonato di Roghudi.

Guidavamo con una certa cautela, lungo la strada che collegava i vari Borghi del territorio grecanico nel reggino. 

Svariati tornanti, percorsi dissestati, vegetazioni rigogliose e una testa di drago, accompagnavano il nostro cammino. 

Eravamo nel cuore dell’Aspromonte, in un territorio ricco di storia e paesaggio.

Ancora qualche chilometro e saremmo arrivati a Bova, luogo importante del passato, città vescovile, borgo dalle tante chiese. 

 

La strada verso Bova, venendo da Roghudi
La strada verso Bova, venendo da Roghudi

 

 La strada accompagnava la naturale conformazione del terreno, salivamo e scendevamo diversi tornanti e punti stretti, con rocce aspre, che gettavano lunghe ombre sull’asfalto, intervallandosi a visuali aperte sul territorio grecanico.

Il versante era impervio, soprattutto in giornate di piogge torrenziali come questa e viste le caratteristiche fragili del terreno, spesso dovevamo fermarci, per spostare dalla strada, alcuni massi staccatisi dalle pareti. Ne approfittavamo allora, per ammirare le valli profonde, che arrivavano fino al mare.

La sensazione, era quella di essere dominati dalla natura, maestosa in questo tratto di Calabria.

Geologicamente, ci trovavamo dentro un territorio molto antico.

L’Aspromonte, si era formato prima delle Alpi e degli Appennini e questo, ci aiutava a capire, perché il territorio presentava una morfologia così unica: l’aria, l’acqua, il vento, per secoli avevano plasmato, giocato con le rocce, creando un territorio così suggestivo che i contadini, osservandolo ogni giorno, lo trasformavano in mostri da temere o creature sovrannaturali.

L’isolamento forzato e la difficoltà delle comunicazioni, avevano protetto la lingua grecanica, permettendo anche, alle antiche tradizioni, d' arrivare fino ai giorni nostri.

Bova apparve all’improvviso.

Aggrappata ai lati della montagna e dominata dai resti del castello, si affacciava verso il mare Ionio, mare dal quale si teneva a dovuta distanza, visto che lungo i secoli, da li, arrivarono i vandali, i saraceni, gli arabi, che la devastarono e mandarono i suoi abitanti in Africa, vendendoli  come schiavi.

Lasciammo la macchina all'ingresso del borgo e ci incamminammo tra i vicoli, scoprendo belle vedute, e graziosi scorci.

Attraversando la via IV Novembre arrivammo nella piazza principale del paese.

Erano le due del pomeriggio e non avevamo ancora pranzato. Trovammo una piccola bottega accanto a Palazzo Nesci, e comprammo un panino.

La piazza principale del borgo
La piazza principale del borgo

Tornammo in piazza e mangiammo seduti sui gradini del comune.

La piazza era piuttosto desolata, il cielo cominciava nuovamente ad annuvolarsi, ed iniziava a soffiare  un po di vento. Decidemmo allora di mangiare camminando, per visitare il borgo prima che ricominciasse a piovere.

Lasciammo alle nostre spalle Palazzo Nesci, esempio d'architettura settecentesca, e risalimmo alcuni vicoli, fino ad arrivare in una piazzetta che dominava il borgo.

Vista su Bova e sul territorio grecanico
Vista su Bova e sul territorio grecanico

 

Da li abbracciavamo Bova e la sua storia, accanto a noi c'era il campanile della Chiesa di San Leo, costruita alla fine del 1700, dove si trovavano le reliquie del Santo.

Un balcone decrepito attirava la mia attenzione.

Questi edifici a tratti abbandonati, avevano tanto da raccontare, bastava interessarsi alla loro storia, fare una piccola ricerca su internet,  per scoprire che in una delle ringhiere di queste case diroccate, in un giorno del 1577 venne "esposta e diffusa" la peste.

Una donna, aveva comprato dei drappi preziosi, che erano arrivati alla marina su di un naviglio carico di merci, e li aveva esposti il giorno del corpus domini.

Quei tessuti, purtroppo erano infetti dalla peste, che si sparse, creando carestia e la morte di moltissimi abitanti.

Dalla piazzetta, si intravedeva anche Palazzo Marzano, l'attuale comune, che duecento anni prima, ai tempi di Don Antonio Marzano, aveva ospitato il viaggiatore inglese Edward Lear, che nel suo girovagare in Calabria, era arrivato anche a Bova. 

In quel libro, Lear raccontava alcuni fatti riguardanti Don Antonio Marzano e ne aveva anche trascritto un sonetto, che il nobile gli aveva dedicato, mentre lo osservava dipingere.

Don Antonio Marzano, raccontava all'inglese, anche del disagio che stavano vivendo a causa del vescovo Vincenzo Razzolino, che stava convincendo la gente, a spostarsi lungo il nuovo abitato, che stava sorgendo a qualche chilometro da li, sul mare, che sarebbe stata poi, l'odierna Bova Marina.

Continuammo a girovagare tra le stradine di Bova per un'altra mezz'oretta, finchè non fummo sorpresi dalla pioggia che ci costrinse a tornare in macchina.

Lasciammo Bova, percorrendo una strada nuova, meno scomoda che in pochi chilometri la collegava alla città bassa.

Tra ampi vigneti e curiosi terrazzamenti di uliveti, il cielo si apri nuovamente, e quei pochi raggi di sole, bastarono per incoraggiarci a proseguire il nostro viaggio.

Stavamo guidando verso la pittoresca Palizzi.

 

 

Per saperne di più:

 

Consorzio Civita - Guida al distretto culturale dell'Area Grecanica.

Edward Lear - Diario di un viaggio a piedi.

Francesco Bevilacqua - Sulle tracce di Norman Douglas.

Laruffa Editore - Itinerari bizantini dell'area grecanica della Calabria.